Partire è un po’ morire… ma i marsalesi non perdono mai le radici

Il "polentone" vi sta sullo stomaco, invitatelo a pranzo e fategli la pasta con le cozze...

Giuseppe è un mio amico, marsalese, una delle tante persone che per motivi di lavoro ha dovuto lasciare la propria terra. Vive a Bologna da 7 anni e tra le altre cose mi scrive: “Ciao Enzo… qui non ho ancora conosciuto gente spontanea e genuina… Molte sono persone semplici, nel senso che non hanno proprio nulla da dire, ma la maggior parte ha un solo pensiero per tutto il giorno: lavorare e guadagnare! Anche se poi fanno una vitaccia e vivono in case giocattolo. La gente comune che a Marsala vive normalmente in appartamenti di 3 vani, qui si accontenta di un monovano soffocante. Ti chiedo: è giusto, a 30 anni, buttare via i sogni e accettare il corso della vita, rinunciando al sole e al mare del Mediterraneo?”.

È classica la “diaspora” dei marsalesi, siamo veramente dappertutto. Giovanni mi scrive dall’America e fa leggere i miei scritti ai suoi tanti amici siciliani (non ci posso credere!?). Mi scrive regolarmente da Torino un’altra amica, che mi gratifica con i suoi messaggi. Ho dunque conferma che non c’è angolo del mondo dove non alberghino cuori lilibetani. Ora mi piace pensare che la tradizionale semina sul pianeta produca frutti speciali, tutti particolari rispetto a quelli prodotti dai flussi migratori che da sempre caratterizzano l’umanità.

Rilevo intanto che non accade mai, dico mai, che i marsalesi perdano le radici. E’ vero: “partire è un po’ morire” ma a questo motto malinconico (non a caso in italiano) contrappongo il più tonico (non a caso in dialetto) “cu nesci arrinesci”. Perché, per quanto la nostalgia ci possa attanagliare il cuore (quando siamo fuori), quando essa diventa Memoria e si libera della tristezza, diventa sempre una potente arma di adattamento. Non ho mai sentito dire che negli Usa, tra i tanti nostri concittadini che vivono e lavorano, che ci fosse un marsalese tecnicamente fallito, seppur di modeste condizioni.

Non è una questione di “campanile”, né di cultura. Penso che nei nostri cromosomi c’è il gene della sofferenza e che il nostro “sistema immunitario” possegga tutti i trucchi per venirne a capo. In altre parole abbiamo, credo, una forte resistenza alle avversità e ritroviamo fuori di casa tutto il “nerbo” che tante volte, in “casa”, non riusciamo a rintracciare. Mi piace pensare che al fondo di qualsiasi abisso noi siamo sempre legati a un filo indistruttibile che collega alla superficie. Per questo sopravvivremo: anche nei monovani del Nord Italia dove accendiamo il sole col profumo della caponata.

Cari amici emigrati marsalesi, se qualche “polentone” vi sta sullo stomaco, invitatelo a pranzo e fategli la pasta con le cozze e il tonno nostrano. È il nostro modo di dire: “Lei non sa chi sono io”!

Enzo Amato

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Il "polentone" vi sta sullo stomaco, invitatelo a pranzo e fategli la pasta con le cozze...
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