Binnu, la belva assetata di sangue e potere. L’inferno che arde avrà cura di lui

di Rossana Titone - Quest’uomo un santo non era, un uomo che ha lasciato famiglie intere a piangere per stragi avvenute e per sangue sparso

E’ morto un boss, uno di quelli che ne ha ammazzati tanti, scannati come bestie, trucidati e freddati come vermi, impalati nel cemento, sciolti nell’acido senza pietà alcuna. Bombe, tritolo, strade divelte, corpi dilaniati, sangue, lacrime e di nuovo sangue ovunque.

Muore un boss e si inneggia al diritto di chi, incapace e incosciente, non dovrebbe più essere sottoposto al 41 bis, regime di carcere duro. Lo dice il suo avvocato difensore, lo dicono le camere penali italiane, lo scrivono in tanti. Non si inneggia alla vendetta, uno Stato non può vendicarsi, dicono. Vero. Come non essere d’accordo.

Si dice che un malato terminale deve morire tra le carezze dei propri cari, vero anche questo.

Ma il morto si chiama Binnu, Binnu Provenzano. Quello della strage di viale Lazio del 1969 a Palermo, quello dell’assassinio dei commissari Antonio Cassarà e Beppe Montana, i morti si contano: Mattarella, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Boris Giuliano, Paolo Giaccone.

Viene condannato all’ergastolo per la strage di Capaci, per la strage di via D’Amelio, per l’uccisione del giudice Terranova, per gli attentati di Roma e di Firenze, per l’uccisione del giudice Rocco Chinnici.

Insomma quest’uomo un santo non era e, seppur il carcere deve mirare alla rieducazione del condannato per restituirlo alla società in maniera diversa, è pur vero che qui siamo in presenza di un uomo che ha lasciato famiglie intere a piangere per stragi avvenute e per sangue sparso.

Un uomo che non si è mai pentito che non si è mai mostrato accigliato per quello che ha fatto, un uomo che ha latitato per anni interi sfuggendo alla giustizia, e questo certamente non è un segnale di redenzione.

Oggi qualcuno parla di carezze negate, di una famiglia che non è stata accanto a Binnu per l’ultimo saluto, tendendogli la mano. Oggi qualcuno parla dello Stato in maniera impropria indicandolo come vendicativo. Ma davanti un pozzo di sangue con dentro uno dei vostri familiari sareste stati così caritatevoli e così sensibili da volere che questi figli gli tenessero la mano?

Certo, i sentimenti di una famiglia sono e vanno fatti salvi ma certamente non si può scordare, non si può dimenticare, non si può fare finta che uno degli artefici della trattativa stato-mafia fu proprio Binnu Provenzano.

Ma davvero questo è il Paese che dimentica le vittime innocenti di Dacca, senza un degno funerale di Stato, e si indigna innanzi ad una belva mafiosa che si è nutrita di sangue e carne umana, che ha dato in pasto molti dei suoi anche per una scalata al potere?

Davvero questo è il Paese che mostra carità e si rivolta contro un sentimento negato e non ricorda quante carezze furono negate al piccolo Di Matteo sciolto nell’acido da Brusca?

Siamo messi male, molto. Un Paese senza memoria e percezione della realtà è un Paese che non vive, che non racconta, che non tramanda, che non insegna , che non indica nessuna strada ma che si muove solo per fare “scruscio”.

E se proprio devo essere indignata lo sono non per le mancate carezze e un continuativo 41 bis ma per i non funerali di Stato di miei 10 connazionali che sono stati barbaramente torturati e poi sgozzati.

Benvenuti in Italia.

Rossana Titone

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di Rossana Titone - Quest’uomo un santo non era, un uomo che ha lasciato famiglie intere a piangere per stragi avvenute e per sangue sparso
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