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“Lacrime di Sale”: emozioni al Teatro Comunale: il medico di Lampedusa commuove

"Dobbiamo evitare un genocidio". "La speranza che qualcosa possa cambiare – dice Bartolo – la vedo a cominciare dai lampedusani"

Marsala – Le “Lacrime di Sale”, titolo del libro di Pietro Bartolo e Lidia Tilotta, si sono ieri sera materializzate al Teatro comunale, avvolto in una commozione generale per l’altruismo, l’umanità del medico di Lampedusa. Il racconto di una terribile realtà che vive quotidianamente da 26 anni ha scosso il “Sollima”, ha toccato le coscienze dei presenti, ha fatto porre interrogativi, ci ha invitato ad essere meno superficiali, ad avere rispetto della vita – e della morte – degli altri.

Presenti il vescovo Domenico Mogavero (“Una giornata all’insegna dell’amore verso il prossimo: stamattina la consegna dei giubbini catarifrangenti agli immigrati; ora questa storia di mare, vita, morte e speranza”) e l’ex comandante della Guardia costiera di Lampedusa Antonio Morana (“Il racconto è un po’ anche la mia storia, con molti fatti accaduti, tanti tristissimi”), l’incontro – moderato da Vincenzo Figlioli – è stato un crescendo di emozioni. Le pagine lette da Lidia Tilotta, le parole di Pietro Bartolo, immagini e testimonianze, tutto questo ha inchiodato alla sedia il pubblico. Le sofferenze di un medico che ispeziona centinaia di cadaveri, la gioia per un malato che guarisce, il suo dolore per chi muore mentre gli dà soccorso, si tatuano sulla pelle dei presenti.

“La speranza che qualcosa possa cambiare – dice Bartolo – la vedo a cominciare dai lampedusani, dal sentirsi loro il salvagente di un’Europa sorda; dalle mamme che accorrono con latte e pigiamini quando sanno che c’è stato un parto in barca, a volte con cordone ombelicale legato con lacci di scarpe”. E la speranza di una vita migliore – quella per la quale è giunto qui Lamin (“Dovevo decidere tra morire sparato in Libia o morire annegato, ho scelto il mare” ) – è anche nei bambini che ora sono cresciuti e stanno bene. Gift, Favor, Mustafa, hanno perso i loro genitori: ora sono in comunità o hanno una famiglia che li rispettano come persone.

“Si, sono persone, è così che li dobbiamo chiamare, non clandestini – conclude il medico di Lampedusa. Contrastiamo le bugie che si raccontano, non sono terroristi, non portano malattie, possono essere invece una risorsa per tutti noi. La priorità è quella di evitare un genocidio”.

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"Dobbiamo evitare un genocidio". "La speranza che qualcosa possa cambiare – dice Bartolo – la vedo a cominciare dai lampedusani"
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