Vino siciliano, il 70% svenduto a 30 centesimi al litro: la denuncia del dirigente regionale

Parrinello: "Il successo del vino di Sicilia vale solo per il 30% della produzione. Le cantine sociali siciliane hanno fondato il loro modo di lavorare non pensando al mercato, ma alle..."

Si fa sempre un gran parlare di vino siciliano come una delle eccellenze dell’economia dell’Isola. Simbolo di un settore dell’agricoltura che riesce a produrre, trasformare e commercializzare con successo un prodotto di alta qualità. Sono tante le aziende che collezionano illustri riconoscimenti e che riescono a piazzare i loro prodotti nei mercati nazionale ed internazionale. Eppure la realtà non è così rosea come sembra. Ne parliamo con un esperto del settore, Antonio Parrinello, dirigente regionale ed ex capo di gabinetto degli assessori all’agricoltura Paolo Ezechia Reale, Nino Caleca e Rosaria Barresi.

Qual è l’altra faccia della medaglia?
Il successo del vino siciliano vale per il 30% della produzione. L’altro 70% viene svenduto per l’incapacità del sistema di piazzarlo sul mercato. La Sicilia produce mediamente 5/6 milioni di ettolitri all’anno. Di questi solo un terzo viene imbottigliato e venduto ad un prezzo di mercato. I restanti due terzi rimangono massa indistinta per la gioia degli imbottigliatori del Nord Italia.

A quanto viene venduto il vino sfuso?
Mediamente a 30 centesimi al litro. Con questa cifra non si riesce a coprire neanche i costi di produzione, tanto è che stiamo assistendo, malgrado i premi assegnati alle cantine siciliane, all’abbandono di migliaia di ettari di vigneto. Il paradosso è che i diritti di reimpianto liberati vengono acquistati da viticoltori del Nord che facendo lo stesso identico nostro mestiere riescono a guadagnare cifre iperboliche. Così migliaia di ettari di vigneto siciliano, anche di Grillo o Nero d’Avola, solo per fare un esempio, diventano prosecco. Quell’ettaro che in Sicilia produceva 70 quintali di uva, in Veneto ne produce circa 200 con i quali i viticoltori di Treviso invadono i mercati mondiali, guadagnano milioni di euro e valorizzano il loro patrimonio immobiliare, perchè un ettaro di vigneto di prosecco vale alcune centinaia di migliaia di euro.

Perché in Sicilia non riusciamo a fare quello che fanno in Veneto?
Perchè non sappiamo stare sul mercato. Non esiste il problema della concorrenza sleale, ma più semplicemente non riusciamo a fare sistema, a capire cosa vogliono i consumatori. Non è nemmeno un problema di lontananza dai mercati, perchè oggi il mercato del vino è il mondo. In Europa, luogo di eccellenza di produzione e di consumo, le vendite sono in calo. Questo però viene ampiamente compensato dall’aumento delle vendite nel resto del mondo dove i prodotti arrivano via nave. E visto che noi stiamo in mezzo al mare siamo pure avvantaggiati rispetto a molti altri. Portare un container a Shanghai o a New York costa decisamente meno che mandare un tir a Milano. Per cui la storiella della lontananza che ci vogliono far credere è semplicemente non vera.

Ci faccia un esempio concreto?
Le cantine sociali siciliane hanno fondato il loro modo di lavorare non pensando al mercato, ma alle provvidenze comunitarie. Distillazione, arricchimento e stoccaggio sono state fino al 2012 le voci con cui si chiudevano i loro bilanci e tranne rarissime eccezioni, Settesoli su tutte, tutte le altre alla voce imbottigliamento dichiarano ancora zero entrate. Dal 2012 l’Ue ha abolito le misure di sostegno, per cui le cantine si sono trovate improvvisamente senza sostegno e senza mercato.

Qual è la soluzione?
La soluzione è fare sistema e aggredire i mercati. Significa lavorare in sinergia, essere ingranaggi di un meccanismo che deve funzionare. Non fare tutti la stessa cosa, ma lavorare per un unico obiettivo. Raggiungere in tempi rapidi un livello di confezionato simile a quelle delle regioni che oggi vendono il 100% del vino prodotto in bottiglia. Questo obiettivo si può ottenere innovando e utilizzando due leve straordinarie.

Quali?
La prima è il fatto che la Sicilia è il primo produttore mondiale di vino biologico, con 30 mila ettari coltivati. Un primato ottenuto in virtù dei contributi comunitari concessi a questo tipo di produzione. Si tratta di un’opportunità formidabile per immettere sul mercato un prodotto nuovo, cioè il vino biologico da scaffale. Il vino biologico che da prodotto di nicchia diventa prodotto di massa. Solo noi abbiamo i numeri per fare questo. L’altra è la spumantizzazione. Nella fascia costiera siciliana esistono migliaia di ettari di grillo che costituiscono una ottima base di prodotto da spumantizzare, che opportunamente immesso in commercio può intercettare il trend di crescita delle bollicine.

Quale sarebbe il non plus ultra?
Il marketing basato sulla comunicazione delle nostre qualità. Non abbiamo bisogno di inventarci nulla. Il vino si produce qui da 2000 anni, tutti sanno chi siamo. Il 30% che è già sul mercato dimostra che farlo è possibile. Gli ingredienti ci sono tutti, bisogna soltanto cucinarli.

Cosa vede all’orizzonte?
Ci sono mercati dove il trend di crescita è a due cifre e rispetto ai quali noi abbiamo tutte le carte in regola per poterli conquistare. In Cina, contrariamente a quello che si pensa, si beve molto poco. I cinesi bevono circa 1 litro di vino pro capite contro i 40 di noi italiani, ma mentre in Italia il consumo diminuisce in Cina aumenta del 20% all’anno. Il che significa che nei prossimi 5 anni i cinesi passeranno da 1 litro a 2 litri l’anno, moltiplicato per 1 miliardo e mezzo di persone. Così tra 5 anni in Cina si venderanno un altro miliardo e mezzo di litri, che sono circa tre volte la produzione siciliana. Continuare a svendere il 70% della nostra produzione a 30 centesimi al litro sarebbe un vero e proprio sacrilegio. [di Matteo Scirè – da ilsicilia.it]

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