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La sdraio della Giusi: “Un fantasma si aggira sulla terra, è lo spettro del ‘radical chic'”

"Ho seguito talvolta qualche minuto dei programmi della D’Urso per rendermi conto che il succo del suo essere una presentatrice è 'parlare del nulla': storie di amore fra pseudo-vip, litigi fra parenti di personaggi famosi..."

LA SDRAIO DELLA GIUSI

“Sei radical chic!!!!” sembra essere un’accusa molto gettonata in questi ultimi tempi e un’offesa che va bene per chiunque si professi di sinistra. Il termine è usato quasi sempre polemicamente e con intenzioni aggressive, diventando un insulto vero e proprio.

Su Wikipedia si definisce “radical chic” colui che appartiene «alla ricca borghesia» o proviene «dalla classe media» e «per seguire la moda, per esibizionismo o per inconfessati interessi personali, ostenta idee e tendenze politiche affini alla sinistra radicale (come il comunismo) o comunque opposte al suo vero ceto di appartenenza». Nella realtà dei fatti “radical chic” è diventato un insulto di uso comunissimo e destinato a persone dai redditi più vari e dalle posizioni più articolate, con la contraddizione che oggi i principali destinatari dell’epiteto sono persone che hanno posizioni niente affatto radicali, anzi sono gli oppositori della sinistra radicale.

Comunque sia e nonostante la storia del termine dica altro, ormai si parla di radical chic in qualsiasi salsa. Basta mostrare un atteggiamento leggermente di sinistra ed ecco che l’accusa è dietro l’angolo anche perché nell’immaginario collettivo, alimentato dal linguaggio duro e violento di una certa classe politica post seconda Repubblica, un radical chic è uno che se la tira, parla e straparla senza conoscere i veri problemi della gente e che non si preoccupa delle loro paure. Basta mostrare su qualsiasi social una leggera umanità per i migranti “clandestini” africani che, oltre ai vari “perché non te li porti a casa tua? Quando ti entreranno a casa o ti stupreranno, voglio vedere cosa farai. Voi di sinistra siete degli inutili buonisti”, esce fuori, puntualmente, l’accusa di essere “radical chic”.

Vorrei spezzare una lancia a favore della categoria così bistrattata dei radical chic di cui l’Italia sembra essere piena chiarendo un aspetto poco considerato del termine. Tralasciando l’elemento puramente politico, mi soffermerei sull’aspetto culturale insito nella definizione perché un radical chic è una persona che ama la cultura e la professa a vari livelli. Possono esservi diverse sfumature ma si tratta di intellettuali che hanno almeno un diploma o una laurea, master, corsi di specializzazione, amano i film francesi e quelli di Woody Allen, leggono molto, frequentano mostre, conferenze, musei, apprezzano la cucina etnica, amano viaggiare e conoscere città e culture nuove.

Fino a qualche decennio fa, erano semplicemente intellettuali, più o meno simpatici, ma degni di rispetto per la fatica delle mete raggiunge con impegno e dedizione. Negli ultimi anni si è assistito ad una metamorfosi e a un cambiamento di atteggiamento nei loro confronti perché adesso non sono più definiti “intellettuali”, bensì “pseudo-intellettuali” e nella maggior parte dei casi sono “radical chic” e quindi assumono i tratti di esseri spocchiosi, fastidiosi, incapaci di comprendere i problemi del popolo, buonisti, bravi solo a parlare dall’alto del solo sapere. Anche gli insegnanti, poi, sono diventati oggetto di critiche e accuse (lavorano poco, hanno tre mesi di vacanza) fino ad arrivare al punto di essere oggetto di violenze da parte di alunni e genitori. Gli ultimi fatti evidenziano la mancanza di stima e di riconoscimento sociale da parte della maggioranza per la categoria degli insegnanti.

Ritengo che tale cambiamento sia il risultato di un attacco nei confronti della cultura a tutti i livelli. È un percorso che è iniziato negli anni Ottanta con la televisione commerciale di Berlusconi ed è proseguito fino ai giorni nostri con il sottosegretario alla cultura che ha candidamente affermato di non leggere libri da almeno tre anni.

La televisione di Berlusconi ha avuto il merito di svecchiare i programmi italiani ma per farlo ha dovuto inventarsi riempitivi che non avevano nulla di culturale, si trattava di programmi di svago e di evasione. Niente di male in tutto ciò, abbiamo bisogno di svagarci e di evadere ma bisogna vedere se ciò avviene nel rispetto della decenza e dell’intelligenza del pubblico.

Ho seguito talvolta qualche minuto dei programmi della D’Urso per rendermi conto che il succo del suo essere una presentatrice è “parlare del nulla”: storie di amore fra pseudo-vip, litigi fra parenti di personaggi famosi, fatti di sangue seguiti in maniera morbosa rivolgendosi a chi ha tempo a disposizione (casalinghe, studenti poco studiosi, pensionati). Tutto quello che viene detto, visto, commentato in quelle trasmissioni ha la stessa profondità di una fossa biologica; le notizie passano velocemente e si cerca sempre di attirare e mantenere l’attenzione con il sensazionale e l’esclusivo. In conclusione, cosa rimane? Nulla…si è stati partecipi di una chiacchiera collettiva che ha permesso di far trascorrere il pomeriggio e che ha lasciato il vuoto, non si è appreso niente. Lo stesso discorso è estendibile per i programmi pomeridiani di Maria De Filippi in cui lo scopo è perdersi nelle chiacchiere inutili e senza scopo di corteggiatori e corteggiati (ma poi perché bisogna andare in televisione per trovare l’amore???)

Neanche la scuola del resto, una volta tempio della cultura, riesce ad arginare la mancanza di interesse per il sapere e il conoscere. I ragazzi sono obbligati dai genitori a prendere un diploma, studiano svogliatamente, fanno poche domande, si accontentano di studiare sugli appunti, trovano le versioni su internet, copiano durante le verifiche grazie agli smartphone. Ci sono le eccezioni, naturalmente, ma ormai si avverte che la cultura è diventata fuori moda, noiosa, “pallosa”, inutile.

L’effetto peggiore di tutto ciò, però, non è l’ignoranza sempre più dilagante ma il fatto che la mancanza di cultura non sia più vista come una vergogna da nascondere bensì come un vessillo da sbandierare. Adesso, grazie alla cassa di risonanza dei social, tutti possono dire la loro, senza neanche preoccuparsi di usare correttamente lessico e sintassi o di fare errori di ortografia. Ma forse ancora peggio è che tutti si sentono liberi di esprime la loro opinione anche se questa è carica di cattiveria e di odio, disinteressandosi degli effetti sugli altri, su quelli che si permettono di pensarla in maniera diversa.

Ritengo con forza e convintamente che la cultura non è mai fuori moda; può essere faticosa, perché in alcuni casi lo è, ma rappresenta un patrimonio per tutti noi. La cultura è legata al valore della conoscenza, l’uomo per sua natura vuole conoscere e sapere; se non fosse insita nella natura umana saremmo ancora delle scimmie a dondolarci fra gli alberi. Se l’uomo è progredito è perché ha cercato di fare esperienza e di conoscere il mondo, di trovare strategie per rendergli più facile la vita e poi ha scoperto che il mondo diventa più bello grazie alla pittura, alla scultura, alla poesia, alla musica, al teatro.

Ciascuno di noi ha l’obbligo di continuare il percorso di conoscenza e di sapere, abbiamo bisogno della cultura e vi sono infiniti modi per avvicinarsi ad essa: studiare con passione ciò che ci piace, leggere un libro, andare ad una mostra o in un museo, assistere ad uno spettacolo teatrale, ascoltare musica, partecipare ad una conferenza, viaggiare, scoprire nuove città, conoscere cibi esotici, confrontarsi con chi appartiene ad una cultura diversa dalla nostra.

La strada dell’ignoranza è più semplice, perché in pianura e si può percorrere facilmente trovando la compagnia di tanti altri, ma non è giusto pensare che sia l’unica via percorribile. Non è corretto nei confronti di noi stessi; abbiamo il dovere e il diritto di sapere e di conoscere per appropriarci in tal modo di tutti gli strumenti che ci permettono di comprendere i fenomeni che ci circondano. Chi percorre la strada del non sapere e dell’ignoranza, è costretto prima o poi ad affidarsi agli altri per capire diventando dipendente e perdendo la propria autonomia di giudizio e la propria libertà.

Chi percorre invece la faticosa strada in salita del sapere, si troverà come compagni di viaggio persone interessanti con cui condividere la libertà che è il regalo più grande della cultura perché il sapere rende liberi e indipendenti.

L’elogio fatto nei confronti della cultura procede di pari passo con la difesa dei radical chic che sarebbe opportuno definire intellettuali e sognatori perché aspirano a vivere in un mondo migliore in cui ci si confronta lealmente senza litigare, si affermano le proprie idee senza offendere, si legge di più e non si guarda la D’Urso e la De Filippi, si frequentano maggiormente mostre e musei e meno discoteche e pub, si preferisce consultare un testo piuttosto che andare su Wikipedia, si preferisce la compagnia di un buon amico al vuoto virtuale dei social. Credo che si possa pensare ad un mondo diverso grazie proprio ai così bistrattati radical chic e quindi…

Radical chic di tutto il mondo unitevi!

GIUSI PALADINO

“La Sdraio della Giusi”, Paladino: “Le contraddizioni della politica italiana”

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