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lunedì, 22 Aprile 2024

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Si può essere autorizzati alla cattiveria?

La rabbia al posto del dolore: tragiche avvisaglie di un futuro temibile

Fino ad una decina di anni fa, forse anche un po’ di più, ci si vergognava di provare sentimenti egoistici, di cattiveria e autoconservazione ad oltranza. Magari – visto che homo homini lupus è un modo di dire che risale ad oltre duemila e duecento anni fa – li si provava pure, ma si aveva un certo pudore nel manifestare le nefandezze del pensiero. Ora invece assistiamo ad un decadimento morale della parola che è stato sicuramente esacerbato dai social.

Il principio sacrosanto del diritto di libero pensiero e di espressione è stato deviato in un (doloroso anche da sentire) diritto ad essere cattivi, disumani, a vomitare ogni frustrazione sull’altro, senza alcun ritegno. Ma le parole costruiscono mondi e il mondo che ne scaturisce è brutale, egoista, miope ed estremamente povero. Ne emerge un mondo di urla sguaiate originate da una tristezza e solitudine di fondo che è strettamente legata all’assenza di prospettive e di possibilità.

La maggior parte delle persone “urlanti” sono frustrate da una società che impoverisce e regredisce chi la compone, dove “se tolgono il reddito di cittadinanza, come faccio a campare?”, dove fare un lavoro che piace e gratifica è un sogno per molti abbandonato, dove non faccio figli perché fino a 40 anni non ho stabilità. Una crisi esistenziale diffusa che è diventata frustrazione.

E da qui nasce l’esigenza di trovare dei colpevoli, dei responsabili. Non è facile nemmeno la progettazione di una vita dove la precarietà è fatta di istanti frenetici e staccati gli uni degli altri. Quello che prima era il percorso di vita e il progetto di vita (prima ancora) è diventato un salto ad ostacoli senza neppure vedere il nastro da tagliare per segnare un traguardo che spesso appare quasi insensato.

Respiri smorzati e affanno fine a se stesso. E questo vale per chi riesce in qualche modo a trovare il proprio posto nel mondo, seppur a spizzichi e bocconi. Per quelli bravi abbastanza. E gli altri? Quelli che una volta sarebbero stati indirizzati a lavori manuali, nel nostro territorio per lo più come braccianti agricoli, o come apprendisti nelle botteghe artigiane? Ora in agricoltura sono impiegati per lo più immigrati. E l’artigianato è sempre più raro, come scelta di vita, anche per la difficoltà di formazione al “mestiere”.

Sempre di più sono i giovani neet, che non studiano e non lavorano e che già durante gli anni dell’obbligo scolastico vengono ritenuti “dispersi”. Parola che non sempre va intesa in senso letterale: magari frequentano anche, ma il rendimento non raggiunge neppure la prima acquisizione degli apprendimenti. Giovani apatici, senza sogni che non hanno scoperto il loro talento – Ebbene sì: io sono certa che ogni persona ha un talento -. Ma quando toccherà a loro guadagnarsi da vivere, che faranno? Con ogni probabilità si arrabbieranno.

Con una società che non li accoglie, con il proprio tempo che è fuggito e continua a scappar loro di mano, con una comunità, o meglio community, che impone standard di vita che richiedono risorse economiche proibitive. Si arrabbieranno con la loro inettitudine, ma non se ne renderanno conto e allora dovranno trovare dei colpevoli della loro REALE sofferenza. E non volendosi assumere alcuna responsabilità dei loro mali (responsabilità che vanno ricercate a livello micro e macro sociale) avranno bisogno di individuare in altri i colpevoli, i responsabili, i nemici del loro benessere, gli hostes (per dirla alla maniera dei latini che definivano nemici tutti quelli che non erano cives romani). E cosa c’è di più facile che individuare il male tra chi viene da lontano? Tra chi raggiunge il nostro Paese in cerca di lavoro, o magari anche per sfuggire alla fame, alla paura, alla violenza, alla dittatura?

Ogni volta che una persona spegne una speranza, muore. A volte, come a Cutro pochi giorni fa, la morte della speranza è arrivata insieme alla morte vera e propria. Ma l’Articolo 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dice che: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”.

Non si parla di sopravvivenza, ma di vita e senza sogni, speranze, progetti non esiste vita, ma solo una sussistenza su questa Terra. La progressione dell’umanità non deve essere intesa come una presa in carico, nel senso del peso dell’altro, ma come una possibilità di cambiare un sistema che è logorante a più livelli: per chi manca delle minime condizioni di sostenibilità, ma anche per chi, anche se non conosce la fame in senso stretto, è stato deprivato del diritto all’autoconsapevolezza, ingannato di avere mezzi e risorse che sono “plastica”: rifiuto e veleno che ammorba il futuro proprio e altrui.

Senza visione chiara di sé ci aspetta un tempo ancora più carico rabbia ritenuta lecita al punto da essere urlata con ogni mezzo e spesso esperita, in maniera scomposta con conseguenze che sono sempre meno episodiche, anche tra i giovanissimi.

Chiara Putaggio

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