Vannacci, il femminicidio e quella destra che gioca col dolore delle famiglie: quando la politica diventa un pericolo

di Enzo Amato. Vannacci e il femminicidio negato. Negare il femminicidio non è una provocazione innocua. È un modo per cancellare il peso culturale della violenza maschile sulle donne e trasformare il dolore in consenso facile

Vannacci e il femminicidio negato

Marsala – C’è un limite oltre il quale la provocazione politica smette di essere opinione e diventa pericolo culturale. Quel limite, secondo me, Roberto Vannacci lo ha superato quando ha detto che il femminicidio non esiste, che sarebbe “un omicidio come tutti gli altri”. No, non è così.

Il femminicidio esiste. Esiste nelle cronache. Esiste nelle case. Esiste nelle denunce non ascoltate. Esiste nei messaggi ossessivi, negli ex che non accettano la fine di una relazione, negli uomini che considerano una donna una proprietà, negli ultimi appuntamenti, nelle valigie, nei dirupi, nei corpi ritrovati, nei figli rimasti senza madre, nei genitori che non dormono più.

Esiste ogni volta che una donna viene uccisa perché ha detto no. Perché ha scelto. Perché voleva lasciarlo. Perché voleva vivere. Perché non voleva più essere controllata. Chiamarlo “omicidio come tutti gli altri” non è parità. È cecità. Anzi, è peggio: è una scelta politica precisa.

Il femminicidio non è uno slogan

La frase di Vannacci arriva durante l’assemblea costituente di Futuro Nazionale. Il generale sostiene che uomini e donne sono uguali, quindi non servirebbe proteggere nessuno in modo specifico. Aggiunge che un reato non sarebbe più grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo subisce.

Sembra un ragionamento lineare. In realtà è una trappola. Nessuno sta dicendo che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Nessuno sta dicendo che un uomo ucciso valga meno. Nessuno vuole costruire una classifica del dolore.

Il punto è un altro. Il femminicidio indica una dinamica specifica: una donna uccisa in quanto donna, dentro un contesto di possesso, dominio, controllo, sopraffazione, gelosia malata, dipendenza affettiva trasformata in violenza.

Se un uomo uccide una donna perché la considera sua, perché non accetta la sua libertà, perché non sopporta la sua autonomia, non siamo davanti a un omicidio qualsiasi. Siamo davanti a un delitto che nasce da una cultura precisa. E quella cultura si chiama maschilismo.

Il maschilismo esiste, anche quando fa comodo negarlo

Il maschilismo non è un’invenzione delle femministe. Non è una parola da talk show. Non è un capriccio della sinistra. Non è una fissazione ideologica. Il maschilismo esiste quando una donna deve avere paura di lasciare un uomo. Esiste quando una ragazza viene giudicata per come si veste. Esiste quando una madre viene colpevolizzata se lavora. Esiste quando una vittima di violenza deve dimostrare di non essersela cercata. Esiste quando si parla di “raptus” invece che di responsabilità. Esiste quando si chiede a una donna uccisa perché non se ne fosse andata prima.

Esiste anche quando un leader politico minimizza tutto e dice che il femminicidio non esiste. Negare il nome di una cosa è il primo modo per renderla invisibile. E quando una cosa diventa invisibile, non si combatte più.

Il dolore del padre di Ilaria Sula vale più di mille comizi

Tra le reazioni alle parole di Vannacci c’è quella del padre di Ilaria Sula, la studentessa uccisa a Roma dall’ex fidanzato e ritrovata in una valigia. Il padre ha detto una cosa semplice e terribile: “Serve più rispetto”. Ecco, basterebbe questa frase per chiudere ogni discussione.

Serve rispetto per Ilaria. Serve rispetto per Giulia. Serve rispetto per tutte le donne uccise. Serve rispetto per le madri che non vedranno più le figlie tornare a casa. Serve rispetto per i padri che ogni settimana vanno davanti a una lapide e parlano con una fotografia. Serve rispetto per le famiglie che vivono un dolore che non finisce.

Quando Vannacci parla di femminicidio come se fosse una formula inventata, non sta facendo un ragionamento giuridico raffinato. Sta togliendo dignità a una tragedia collettiva. E lo fa nel modo più brutale: con una frase buona per prendere applausi da chi vuole sentirsi dire che il problema non esiste.

La politica che cerca voti nella rabbia

Qui arriva il punto più grave. Vannacci non parla a caso. Non inciampa nelle parole. Non sbaglia tono. Sa benissimo cosa fa.

Lui costruisce consenso sulla rabbia, sulla stanchezza, sulla sfiducia, sull’antipolitica, sulla voglia di mandare tutto all’aria. Parla a un pezzo di Paese che non crede più nei partiti, che non si sente rappresentato, che spesso non vota più, che cerca qualcuno capace di dire l’indicibile.

E lui glielo dice. Dice frasi estreme, dure, semplificate, provocatorie. Frasi che sembrano coraggiose solo perché sono urlate contro il buonsenso. Frasi che sembrano “fuori dal sistema”, ma che in realtà sono il modo più antico per fare politica: trovare un nemico, negare un problema, trasformare la complessità in una clava.

Oggi tocca al femminicidio. Domani agli immigrati. Poi alle quote rosa. Poi alle minoranze. Poi a chiunque non rientri nella sua idea di Italia. Questo non è coraggio. È propaganda.

Vannacci è un pericolo politico e culturale

Lo dico chiaramente: per me Vannacci è un pericolo per l’Italia. Non perché abbia idee di destra. La destra democratica esiste, ha una storia, una dignità, una cultura politica, anche quando non la condivido.

Vannacci è un pericolo perché usa parole che spingono il Paese all’indietro. Parole che accarezzano pulsioni autoritarie. Parole che dividono tra “italiani veri” e tutti gli altri. Parole che semplificano il dolore, la violenza, i diritti, la giustizia, le libertà.

Il problema non è che Vannacci sia di destra. Il problema è che sembra voler costruire consenso su una nostalgia pericolosa: ordine senza complessità, identità senza umanità, forza senza pietà, patria senza pluralismo. E quando un leader politico dice che il femminicidio non esiste, non sta solo sbagliando una definizione. Sta dicendo a milioni di donne che il loro problema non merita un nome.

Anche a destra dovrebbero indignarsi

Questo editoriale non è scritto solo per chi è di sinistra. Anzi, mi piacerebbe che lo leggessero anche tante persone di centrodestra. Persone perbene. Persone che credono nella famiglia, nella legge, nella sicurezza, nel rispetto, nella libertà. Persone che magari non voterebbero mai come me, ma che sanno distinguere una posizione politica da una barbarie culturale.

Perché il femminicidio non è un tema di sinistra. Non dovrebbe esserlo. Una donna uccisa non ha colore politico. Una madre massacrata non appartiene a un partito. Una ragazza perseguitata dall’ex non è una bandiera ideologica. È una vita da proteggere.

Per questo le parole di Giulia Bongiorno, senatrice della Lega e presidente della Commissione Giustizia del Senato, sono importanti. Ha spiegato che il punto non è stabilire che la morte di una donna pesi più di quella di un uomo, ma riconoscere la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio, disprezzo o senso di superiorità.

E ha aggiunto una frase pesante: spera che non ci sia nostalgia per il delitto d’onore. Già. Perché in Italia il delitto d’onore è stato cancellato solo nel 1981. Non nel Medioevo. Nel 1981. Molti di noi erano già nati. Molti di quelli che oggi fanno politica erano già vivi. E qualcuno, forse, ha dimenticato troppo in fretta.

Non è lavaggio del cervello, è memoria civile

Vannacci dice che parlare di femminicidio sarebbe un lavaggio del cervello. No. Lavaggio del cervello è convincere le persone che la violenza maschile contro le donne sia un’invenzione. Lavaggio del cervello è far credere che ogni battaglia per i diritti sia un privilegio. Lavaggio del cervello è usare la parola “parità” per cancellare le disuguaglianze reali.

Parità non significa fingere che uomini e donne partano sempre dallo stesso punto. Parità significa guardare la realtà e correggere le ingiustizie.

Se una donna rischia di più dentro una relazione tossica, bisogna dirlo. Se una donna viene uccisa perché considerata proprietà di un uomo, bisogna dirlo. Se una cultura giustifica il controllo, la gelosia e il possesso, bisogna dirlo. E se qualcuno vuole cancellare tutto con una battuta da comizio, bisogna rispondere con forza.

I numeri non sono freddi: sono nomi

Ogni volta che parliamo di femminicidi usiamo numeri. Ma quei numeri non sono statistiche. Sono nomi. Sono volti. Sono famiglie. Sono sedie vuote a tavola. Sono camere rimaste uguali. Sono telefoni che non squilleranno più. Sono compleanni senza festeggiata. Sono madri che continuano a chiamare una figlia nel sonno. Per questo trovo insopportabile la leggerezza con cui certa politica tratta questi temi.

Si fanno convegni, incontri, campagne, minuti di silenzio. Si dice “mai più”. Si piange davanti alle telecamere. Poi arriva qualcuno che, per strappare applausi, dice che il femminicidio non esiste. E allora tutto diventa chiaro. C’è chi prova a costruire cultura. E c’è chi prova a demolirla per raccogliere voti.

L’Italia non ha bisogno di nuovi capipopolo

L’Italia è un Paese stanco. Lo sappiamo. La gente è stanca dei partiti, delle promesse, dei teatrini, delle facce sempre uguali, dei privilegi, delle parole vuote. In questa stanchezza può nascere di tutto. Anche il desiderio di affidarsi a un uomo che parla forte, che semplifica tutto, che sembra non avere paura di niente.

Ma la storia ci insegna che quando un Paese stanco cerca un uomo forte, spesso trova solo un uomo pericoloso. La democrazia è faticosa. La complessità è faticosa. I diritti sono faticosi. La parità è faticosa. La lotta contro la violenza sulle donne è faticosa.

Ma l’alternativa è peggiore. L’alternativa è un’Italia che ride del dolore. Che minimizza la violenza. Che chiama “buonsenso” la crudeltà. Che scambia la brutalità per sincerità. Che confonde la propaganda con il coraggio.

Il femminicidio esiste. Punto.

Il femminicidio esiste. Esiste perché esiste una violenza specifica contro le donne. Esiste perché esiste una cultura del possesso. Esiste perché esiste ancora l’idea che una donna libera sia una donna da punire. Esiste perché troppe donne muoiono dopo avere chiesto aiuto, dopo avere denunciato, dopo avere provato ad allontanarsi.

Negarlo non è libertà di pensiero. È irresponsabilità. E chi fa politica dovrebbe sapere che le parole non sono mai neutre. Le parole possono proteggere o ferire. Possono illuminare o nascondere. Possono costruire consapevolezza o alimentare ignoranza. Le parole di Vannacci, su questo tema, non costruiscono niente. Distruggono.

Non in mio nome

Io non voglio un’Italia che torna indietro. Non voglio un’Italia che cancella il femminicidio dal vocabolario pubblico. Non voglio un’Italia che si vergogna delle battaglie delle donne. Non voglio un’Italia che considera le pari opportunità una concessione. Non voglio un’Italia dove chi urla più forte diventa automaticamente più credibile.

Voglio un’Italia che sappia guardare in faccia la violenza. Che sappia chiamarla per nome. Che sappia educare i figli maschi al rispetto e le figlie femmine alla libertà. Voglio un’Italia che non lasci sole le donne, prima che sia troppo tardi.

Per questo bisogna dirlo forte: il femminicidio esiste. E negarlo, oggi, non è solo sbagliato. È pericoloso. Perché dietro ogni parola che minimizza c’è una donna che rischia di non essere creduta. Dietro ogni frase che banalizza c’è una famiglia che si sente colpita una seconda volta. Dietro ogni comizio che trasforma il dolore in consenso c’è un Paese che perde umanità.

Vannacci può cercare applausi. Può costruire tessere. Può parlare alla pancia di un’Italia arrabbiata. Può presentarsi come salvatore della patria. Ma una patria che non riconosce il dolore delle sue donne non è più forte. È solo più povera, più ingiusta e più sola. E io, da cittadino, da uomo e da padre ideale di una comunità che non vuole più contare donne morte, sto da un’altra parte.

Sto dalla parte delle donne. Sto dalla parte delle famiglie. Sto dalla parte delle parole giuste. Sto dalla parte della memoria. Sto dalla parte di chi non vuole più sentire dire che il femminicidio non esiste.

Perché esiste. E finché esisterà, dovremo combatterlo. Non negarlo.

Enzo Amato


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