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“Nel Paese che nessuno sa. Quell’isola felice non c’è…”

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riceviamo e pubblichiamo

C’era una volta un paesino piccolo e ridente dove regnava il sole e la leggerezza. Un bel giorno salì al trono un sovrano che predicava bene, tanto da aver incantato col piffero delle sue promesse orde di cittadini speranzosi e illusi. Ben presto l’illusione cedette il passo alla delusione, il sovrano si rivelò tiranno e del buon samaritano rimase ben poco, il paladino si spogliò delle sue vesti da salvatore e gettò la maschera. Non era Zorro, né Superman, ancora meno Robin Hood.

La gente aveva abboccato all’amo delle sue promesse e i miracoli si rivelarono bolle di boria e di superbia che si dissolvevano nel nulla. Non moltiplicazione dei pani e dei pesci, né camminate sulle acque e tanto meno le resurrezione del paesino.

Passarono giorni, mesi, anni, i cittadini presero coscienza della realtà, il cambiamento tanto proclamato non arrivava. Il paese, all’improvviso, divenne muto e insieme sordo. I cortigiani del sovrano sembravano prestigiatori capaci di far apparire dal cilindro delle loro bugie un paese diverso dalla realtà con strabilianti effetti speciali, i giornalisti di corte ricamavano di rose e fiori i loro pizzini che odoravano di sudditanza. Sembrava il paese delle Meraviglie ma non c’era Alice. Solo una perfida Regina dal cuore nero: una sovrana tiranno.

Il palazzo era blindato e sorvegliato da guardie speciali che non permettevano a nessuno di oltrepassare il confine. Gli ordini erano implacabili: nessuno poteva parlare col sovrano se non dopo aver compilato una richiesta scritta. Ognuno doveva rispettare il proprio ruolo, una gerarchia che imponeva ai subalterni di venerare il sovrano e rispettare il proprio posto nella gradinata.

Il motto era: “Io sono io e voi non contate un cxxxx!”. Nel paese cominciò a serpeggiare un senso di smarrimento, si diffuse il morbo della diffidenza e dell’odio reciproco che culminò in una sorta di guerra civile, guelfi contro ghibellini, chi si schierava col sovrano e chi contro. La gente per paura si abbandonava alla rassegnazione e accettava il suo amaro destino tessendo la tela silenziosa della speranza e dell’attesa di tempi migliori. Il tempo della speranza e del riscatto morale della propria terra che aveva perso la sua faccia e la sua purezza.

I cittadini si sentivano estranei a casa loro, ospiti di un sovrano che li aveva sedotti e abbandonati al proprio destino in nome del Dio potere. Avevano smarrito il senso di appartenenza bevendo il calice di un’infamia che aveva marchiato a livello nazionale la loro terra con una calunniosa lettera “M”.

Terra imbruttita, martoriata, violentata e infamata per farne concime delle ambizioni del suo sovrano che l’aveva sfruttata per allargare il suo regno.

Quell’isola felice non c’è, rimane un incubo che si è sostituito alla favola ma non si è ancora persa la speranza di un lieto fine. Quello riguarda, però, un’altra favola, senza re e regine, cortigiani, giullari e sudditi ma con la voce del popolo che risuona prepotente per le case, nelle strade fino al palazzo e ritorna protagonista del proprio sogno e della propria città.

Gianluca

I popoli non dovrebbero avere paura dei propri governi, ma sono i governi che devono aver paura dei propri popoli. (Thomas Jefferson)

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